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Le vie dei tesori…misilmeresi: 9^puntata “I mulini ad acqua: funzionamento”

Schema di funzionamento del Mulino ad acqua

Impiantato su un fianco di torrente abbastanza ripido e strettamente connesso all’andamento orografico del sito, il mulino idraulico si incastra nel pendio naturale. L’acqua del gurgu, ostruibile mediante il tappu, convogliata nella canalizzazione (1) proseguiva nella vutti (2), sorta di canale interno a forma di imbuto molto allungato, che scendendo a strapiombo determinava la pressione del getto, e sfociava lateralmente nel vano voltato, casso (3), dove era alloggiata la ruota idraulica. L’acqua era indirizzata sulla ruota attraverso una struttura lignea, la cannedda, ugello a forma tronco piramidale, che funzionava come regolatore di pressione tramite un’elemento anch’esso di legno , cugno, intercambiabile a seconda della quantità d’acqua presente nella botte. Il moto rotatorio veniva trasmesso dalla ruota idraulica alla macina attraverso un asse di ferro di sezione circolare o quadrata. Per mettere in funzione l’impianto vi era un sistema molto semplice, detto cassa. Era composto da una scatola di legno sospesa sulla ruota idraulica mediante due sostegni, e da un’asta di legno detta tiraturi. Agendo su quest’ultimo la cassa veniva spostata e direzionava il flusso dell’acqua o verso le pinnedde, facendo girare la ruota, oppure in modo da non toccarle, ed evitando così l’azionamento del mulino.

Come si otteneva la farina

Il processo di lavorazione del grano iniziava dalla tramoggia, trimoia, posta in corrispondenza dell’occhio della mola. Era un elemento di legno a forma tronco-piramidale capovolto, sorretto da una intelaiatura costituita da quattro travi verticali e due orizzontali fissate alla struttura in muratura della macina, che terminava con un regolatore, una specie di imbuto che serviva a dosare la quantità di grano da fare affluire alla mola, dipendente dalla quantità d’acqua che arrivava alla vutti. Durante la lavorazione la mola superiore veniva circondata da un cassone di legno o arbula, che evitava la dispersione della farina. Il vuccaloro, canaletta di fuoriuscita della farina, ne consentiva poi la raccolta nella cascia. Regolando la distanza tra le macine era possibile scegliere il grado di finezza della farina. Tale distanza si otteneva attraverso l’innalzamento o l’abbassamento dell’albero azionato da un comando detto piede, composto da una robusta trave di legno di rovere, la chianca, situata nel casso, alla cui estremità era posta un’asta di ferro resa solidale per mezzo di una chiavetta.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti sull’argomento contattare tramite e.mail (giammonamarco@libero.it)

5 Risposte

  1. complimenti la scheda spiega molto bene il loro funzionamento

  2. Complimenti Dottore Giammona per le sue spiegazioni sempre chiare ed esaustive, ormai la consideriamo arruolato nella nostra squadra!

  3. Ringrazio marco per aver esaudito la mia richiesta, resto dell’opinione che abbiamo un patrimonio nascosto che nn riusciamo a valorizzare a dovere. Complimenti veramente, leggendo l’articolo mi sono immedesimato in questi luoghi vissuti dai nostri nonni con grande nostalgia. Belle anche le immagini.

  4. Noto con piacere che gli studi fatti dal signor giammona sono abbastanza approfonditi, e spero vivamente che faccia del suo lavoro un qualcosa di positivo per la nostra Misilmeri. Perchè qualche altra settimana con ci parla del Mulino di Mezzo che mi sembra quello che si è conservato meglio, tutto ciò mi affascina molto. Le foto sono a dir poco fantastiche, e gli schemi molto chiari ed esemplificativi.

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